LA RINASCITA DELL’ INTERIOR WORKSPACE

LA RINASCITA DELL’ INTERIOR WORKSPACE

ULTIMA MODIFICA 15/02/2022

LA RINASCITA DELL’ INTERIOR WORKSPACE

testo di Fabrizio Tomei; Foto di Lukas

Il principale problema logistico per le dirigenze di tutto il mondo a inizio pandemia è stato quello di convincere una percentuale più o meno grande dei propri dipendenti a lavorare da casa. Se all’inizio questo ha significato per tutti un’alienazione dal mondo e una radicale (leggasi faticosa) modifica a stili, ritmi di vita e ad affrontare la solitudine, col tempo per molti la percezione è cambiata.

Non è da poco per molte famiglie poter risparmiare sul proprio tempo e sul proprio denaro spesi entrambi nello spostamento, specie per chi ha figli. Questo nuovo modo di vivere, alla quale siamo ormai abituati da due anni, ha però fatto nascere il problema opposto: il rifiuto di tornare ai propri posti di lavoro dentro le mura dell’azienda.

Di per sé sarebbe anche una opposizione giusta. Perché – si chiede il lavoratore – dopo che ho dovuto imparare a vivere in maniera diversa e ho visto che non solo lo si può fare senza perdere in produttività ma che oltretutto ho dei ritorni significativi, devo tornare al mio vecchio stile di vita? Chi me lo fa fare? Non tutti però fanno questo ragionamento. Al di là del ritorno economico o di tempo sono in molti quelli che sono contenti di ritornare, anche solo per rivedere i propri colleghi o riappropriarsi di quella normalità che avevano perso da troppo tempo. Tuttavia il problema rimane e per risolverlo le aziende hanno puntato su figure specifiche: gli architetti e gli interior designer.

A dire la verità a richiamare i professionisti degli spazi, le aziende ci avevano già pensato prima che questo problema venisse a galla, quando era chiaro a tutti che le cicatrici lasciate dal virus sulla società non sarebbero andate via tutte e che molte delle abitudini che avevamo appreso sarebbero rimaste anche dopo. Grazie allo smart working infatti, molti metri quadrati di uffici dove un tempo c’erano scrivanie e dipendenti rimangono ora lasciate vuote e senza scopo, rendendo improduttive vaste aree. È interessante a questo punto vedere i diversi approcci che le varie dirigenze e i professionisti hanno deciso di utilizzare per ricreare nuove ambientazioni. Architetti e Interior Designers infatti hanno in gran parte adottato la scelta di ristrutturare (se non creare da zero) delle aree che aiutino la socializzazione come aree caffè, zone relax o lettura, che incentivino cioè proprio ciò che per due anni è stato perso. Un altro approccio spesso compatibile col primo, è quello di vedere non solo le zone “disabitate” come elementi da ricostruire, ma come primo passo di una ristrutturazione generale che prevede l’ufficio non più come sede di singoli individui ma di team. In sostanza lo scenario viene predisposto per il lavoro di gruppo, l’apprendimento (interno svolto da colleghi e superiori, ed esterno tramite tecnologie che agevolino le riunioni in videoconferenza), e interazioni tra il team e l’esterno, che siano clienti, partner o altri soggetti.

Un aspetto non trascurabile di questa ricostruzione che accomuna una fetta importante delle aziende riguarda la sostenibilità ambientale. Sempre di più gli imprenditori decidono di proseguire con i lavori utilizzando non solo materiale riciclato, ma anche tramite l’uso di pratiche che certifichino l’azienda nella sostenibilità energetica a partire dai cantieri stessi. Tutto ciò deriva non solo da una più alta coscienza di ciò che è bene per il pianeta dovuto alla pandemia, ma anche alle statistiche. I brand infatti hanno svolto i loro compiti a casa e monitorato quanto il costumer journey sia cambiato durante questi mesi, verificando quanto alta sia la domanda da parte dei consumatori di affidarsi unicamente ad aziende che possano vantarsi di combattere per l’ambiente o votate al bene comune.

Insomma se la struttura delle nostre vite è cambiata e se deve cambiare anche la struttura di chi ce l’ha cambiata, tanto vale che sia green.

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